Racconti – 100 KM del Passatore

In questa sezione vengono raccolte le emozioni provate da chi ha affrontato la gara, soprattutto di quelli che l’hanno “corsa” per la prima volta e le relative foto.

Ognuno ha descritto le proprie emozioni e per chi vorrà tentare l’avventura nei prossimi anni può trovare anche alcuni consigli utili ricavati dalla propria indimenticabile esperienza!

Racconti Passatore – Anno 2018

Non è’ una gara, è’ un viaggio infinito, dove scopri il tuo vero lato del carattere, la tua personalità, dove ti scavi dentro. E’ una prova di coraggio (che inizia nel momento in cui ti iscrivi), di sopravvivenza, di sacrifici, di solitudine, di nausea. Quando al 48’km arrivi al passo della Colle a quota 913 mt trovi una festa meravigliosa, fuochi, falò, gente che suona e canta. Una specie di festival. Poi svalichi ed in quel momento scende la notte e sono quasi 9 ore che corri. Arrivi a Marradi al 65’ km e ti manca quasi una maratona, non riesci a distinguere se è’ più buio ciò che ti circonda o la tua mente. Ci sono le lucciole, tante lucciole, tantissime lucciole, e loro ti guidano lungo una strada che non finisce mai. E’ proprio in quel momento che inizia la 100km del Passatore. Sei da solo ma sogni la gente che a casa ti sta pensando, che si starà chiedendo se sei ancora in gara o se ti sei ritirato. Stai bene e questo ti aiuta anche se la tentazione di mollare tutto e’ forte perché correre non ha più senso. Lungo il percorso trovi persino la nebbia e fa tanto freddo. Poi finalmente arrivi a Brisighella all’88’ km e pensi che ormai è’ fatta…cominci a crederci ma c’e l’ultima prova dove in quegli ultimi 12 km lasci le gambe fino a non sentirle più e dove i piedi si trasformano in vesciche. Diventa difficile anche camminare. Ma devi continuare perché sei lì per quello. Lo hai voluto tu. E se fai in modo di arrivare a Faenza, in quella magica piazza che la rende unica in quella notte di follia che ti segnerà per sempre, stai certo che vivrai un’emozione unica che non ti si cancellerà mai più’ e tutta la fatica ed i sacrifici saranno ripagati. La fatica ci rende persone migliori. Meglio correre il rischio di non farcela che rimpiangere di non aver avuto il coraggio. Partito da Firenze in piazza del duomo sabato 26/05/2018 alle ore 15:00 arrivato alle 04:35 di domenica mattina 27/05/2018 dopo 13h:35’:30” e dopo un viaggio lungo 100km !!! La 100 km del Passatore 2018: IO C’ERO Ora sono un vero ultramaratoneta!!

Domenica mattina 27/05/2018 all’alba su un treno di ritorno da Faenza, dopo aver corso la 100 km del Passatore, ho tirato fuori alcune belle parole. Ma ero ancora “sbronzo” dall’entusiasmo per l’impresa appena portata a termine, quindi tutto era più facile. Ho tralasciato però dei commenti che vorrei condividere con voi; sarebbe un peccato non farlo, perché il Passatore serve anche a questo, a trasmettere messaggi e sensazioni che nessun’altra prova ti regala. Era qualche anno che sognavo di correre questa 100 km. Solo l’idea di fare metà gara di notte con l’uso di una torcia in testa mi riempiva di carica ed adrenalina. Ma era ancora presto (non era sufficientemente esperto) ed ogni volta che si avvicinava quel week end di fine maggio invidiavo tutti quegli atleti che si erano preparati da tanti mesi e che erano prontissimi per affrontare la grande prova. A me solo l’idea, invece, mi faceva rabbrividire dalla paura e così ogni volta rimandavo. Tutti mi dicevano che avrei dovuto iniziare la preparazione sei mesi prima, già da Novembre. E che avrei dovuto fare tante Maratone, tantissimi lunghi, un’infinità di km. E chi ce l’ha il tempo? Io sono un lavoratore autonomo, ho una famiglia con una moglie e due figli ancora piccoli. Avrei dovuto, come peraltro già faccio, togliere ulteriore tempo a loro per dedicarlo a me stesso, ai miei allenamenti infrasettimanali e soprattutto domenicali.

Il mio consiglio è quello che se, come me sognate di correre una 100 km, non pensateci più di tanto. Non massacratevi di allenamenti che vi faranno solo perdere il vostro passo, il vostro abituale ritmo di corsa che già tenete nelle distanze più corte. Non trasformate il Passatore in un’ossessione dove le domeniche le trascorrete da soli a correre dei lunghi da 60-70-80 km. Certamente fate una fase di avvicinamento dove dovrete correre alcune maratone. Non fate sicuramente come me che negli ultimi mesi, anzi nell’ultimo anno causa infortunio, ne avevo corse solo 2. Io prima di questa prova non avevo mai corso in vita mia più di 42,195 km, e per più di 4 ore. Sabato pomeriggio in quella piazza gremita di atleti, tutti pronti tranne me, mi sentire piccolo, minuscolo. Ero preoccupatissimo prima della partenza. Non mi dimenticherò mai questo mio stato d’animo che mi ha fatto dormire male le tre notti dopo l’inscrizione. Tutti felici tranne me, tremavo dentro, anche se non lo facevo vedere. Questa non è una gara che si improvvisa, ma la preparazione è molto simile a quella di una Maratona. Non siamo dei professionisti, non siamo Zambelli o Calcaterra. “Chi se ne frega” se impiegate 1-2-3 ore in più. Lo ripeto, questa non è una gara dove dovete dimostrare quanto valete, che siete dei veri atleti. Certo, è una sfida molto impegnativa e non va presa sottogamba. E’ però un viaggio meraviglioso che un maratoneta almeno una volta nella vita deve compiere. E’ la New York delle 100 e quindi va fatta!!!

Quello che mi ha insegnato questa esperienza è che, secondo li mio punto di vista, continua ad essere più tosta una Maratona corsa forte che una 100 km corsa piano. Io come già detto non mi ero preparato per niente a questo evento. Mi sono iscritto 3 giorni prima, esattamente il mercoledì sera alle 23:05 dopo aver messo giù il telefono con l’organizzazione, dopo una telefonata di convincimento, che avrebbe permesso l’iscrizione se avessi fatto il bonifico e trasmesso il certificato medico entro la mezzanotte (le iscrizioni erano chiuse già da 10 giorni!!!). Spero tanto che queste mie parole possano convincere molti di voi a prendere coraggio.

Uno speciale ringraziamento va al Triva che si è preso cura di noi Passatori per tutta la notte. Lui è stato GRANDE ed INSOSTITUIBILE. La sua moto che mi affiancava di tanto in tanto in quei momenti DIFFICILI, mi rimarrà insieme a tutto il resto un meraviglioso ricordo indelebile. Io ho fatto 100 km, lui ne ha fatti almeno 300 e forse più, avanti ed indietro per cercarci. Lui alla fine era tanto dispiaciuto per Daniele Mangano, per il suo ritiro, per non averlo assistito abbastanza. Daniele è, e rimane, un grande campione, uno dei migliori che questa Polisportiva abbia mai avuto. Semplicemente l’altra sera non era la sua serata. Si rifarà l’anno prossimo con un tempo che ci lascerà, come fa sempre, senza fiato. Perché lui è questo, fortissimo!!!

Poi devo fare un personale ringraziamento a Tiberio Rambaldi che mi ha insegnato come bisognava correre la prima parte. Io non avevo mai provato a correre così piano, non ci sono abituato, ma questo è un altro sport e va fatto così! Ringrazio Fabio Frignani per i preziosi consigli prima della partenza ed un grazie a sua moglie Simona, una santa donna che dava continuamente notizie a casa sul nostro stato di salute e che era lì al traguardo ad aspettarci, fotografarci ed abbracciarci. Una dedica la faccio alla mia famiglia, soprattutto a mia moglie Silvia che con la sua pazienza sopporta i miei orari di allenamento, le mie lune, i miei dolori, le mie assenze domenicali per le gare, e che in fondo anche se ogni tanto “brontola”, mi asseconda sempre in tutto. Fino all’ultimo fingeva di essere disinteressata poi è’ stata alzata tutta la notte per seguirmi fino alla mattina quando sono entrato in casa e mi ha abbracciato. La dedico ai miei figli che erano molto preoccupati. Spero serva a loro per insegnargli che con la volontà ed i sacrifici si possono realizzare grandi cose!!! Tutto questo senza di loro non sarebbe stato possibile e forse non avrebbe avuto lo stesso sapore.

Infine, grazie a tutti gli amici Passatori ed a quelli che ci hanno seguiti da casa per avere reso questa impresa un ricordo ancora più grande ed indimenticabile in quella notte di FOLLIA che, se arriverai al traguardo, ti segnerà per sempre!!!.

Claudio Contini

Lo stesso percorso per tutti coloro che sono partiti, quante diverse chiavi di lettura.  Chi cercava il tempo e la prestazione, il suo personale. Personalmente me ne discosto. Non ho neppure un Garmin o chi per lui. Un viaggio dentro se stessi, alla scoperta di quella parte nascosta e sopita che solo una sana quantità di fatica può far emergere. Sinceramente mi è rimasta “fame”, non sono riuscito a toccare fino in fondo il bambino che è in me. Forse l’ho avvicinato. L’ho sfiorato. L’ho accarezzato. L’umiltà. Questo ti insegna una prova come il Passatore; diceva Enzo Ferrari che il secondo è il primo degli ultimi. Quindi, fino a prova contraria, ovvero di essere di fronte ad un fenomeno, c’è sempre qualcuno che ci starà davanti. La corsa mette a nudo chi sei, nella vita prima che nel gesto atletico. Non ti fa sconti. Raccogli quello che hai seminato prima. La corsa è solidarietà e vicinanza. Fratelli e sorelle di sudore. Non importa parlare, ci si sente. Osservavo le persone davanti a me, di età diverse, con andature diverse e come nel cielo sopra Berlino, mi immaginavo di essere l’Angelo che ascolta quel ronzio soffuso che è la coscienza altrui. Ma non vi dico quello che si dicevano.

La sfida ed il sogno, quel qualcosa che ci eleva. No ai virtuosismi, quelli preferisco lasciarli a chi necessita di autoincensarsi. Un padre che spingeva una carozzina con dentro Anna, di 3 anni che ascoltava Capuccetto Rosso. Il sorriso di Anna mi diceva tanto del suo Papà. Una delle immagini più belle di sempre. Semplice e sostanziale. Ero con Fabio e Giuseppe. Giuseppe l’ho conosciuto in chat nei giorni precedenti alla gara. Un ragazzo delizioso, eroe silenzioso che si è fatto tutta la gara con una caviglia slogata dopo pochi chilometri dalla partenza. Temerario. Fabio. Fabio che al 40° km prima della Colla mi chiede se mi va bene che canti Celentano con i ragazzi della via Gluck, ma il tutto sfuma perchè non gli ho saputo dare la base. E poi. Poi capita quello che un razionale non saprà mai cogliere, quello che non si può descrivere con un algoritmo, ma che succede. Cazzo se succede. Legge di attrazione. Bellezza. Pienezza. E non può essere un caso. No. Troppe sono le evidenze che in vita mia ho vissuto e, statistica alla mano, la frequenza di certi episodi non è più sporadica ma descrive invece un andamento … dopo il 70° km nella notte buia e fluida in un punto imprecisato sul lato sinistro della strada, in un luogo ameno tipo piccola zona industriale, tra due capannoni … un piccolo e brutto baretto con delle casse fuori … e … qualcuno cantava Celentano con i ragazzi della via Gluck. Era buio e Fabio e Giuseppe non lo hanno visto, ma mi sono commosso. Ci siamo dati una pacca sulla spalla.

Mai una crisi, anche se ho imparato dopo che avevo i reni in sofferenza e lo stimolo continuo di fare pipì, peccato che ci riuscissi poco e che il “pippo” bruciasse come se uscisse della lava. Posso dire anche che il “mio” Passatore si è giocato all’insegna della ricerca di una “tazza” … trovata ben tre volte, ma mai onorata. Testa lucidissima, capace di dilazionare in avanti l’impulso a correre. Gestendo. Non sempre tenendo un ritmo costante, ma cercandolo costantemente. E poi infiniti compagni saltuari di percorso, come quella mamma veneta con suo figlio di 17 anni in bicicletta costantemente in mono ruota, grande impennatore. O quella coppia con lui che si strappa il pettorale e lei che lo rincorre fischiando a tutta gola e lanciandogli una bottiglia di acqua dandogli dello stronzo… diceva Vasco “ognuno perso per i cazzi suoi”, in tutti i casi mi è venuto un gran magone … che dose di entropia, come erano fuori posto in quel contesto, per eccesso di sensibilità mi vien male a pensare come fossero sfasati rispetto al luogo ed al momento. Non credo in Dio, ma sarebbe come entrare in una chiesa con una sigaretta accesa in bocca o se fossi donna con una mini inguinale e tacco 12, decisamente di pessimo gusto.

E poi la cosa più seducente, che ancora non ho proprio messo a fuoco ma che intuisco. Giocare a nascondino con la propria testa. Prenderla in giro, ignorandola e scoprendo mille passaggi segreti, risorse nascoste che emergono se le coccoli. Potrei paragonare questa sensazione alla capacità di non cedere al canto delle sirene o meglio di non cedere alle lusinghe delle paure. Tutto dipende ovviamente dalla motivazione, dal significato che attribuisci al’essere lì in quel momento e soprattutto dal saper perdere. Che poi è vincere. Dal saper rinegoziare costantemente con te stesso il dove sei e come ci sei. Dal saper accettare che un percorso così lungo, alla prima esperienza, non può che sembrare enorme e come tale quindi rispettarlo. Senza scorciatoie, semmai scomponendolo in obiettivi intermedi. Quando ho superato il 60° km mi sono trovato nella terra di nessuno. Mai ero andato oltre. Ero emozionato ed incuriosito, ma poi un passo alla volta tutto è venuto in modo naturale e fluido. Prima di partire, Martino, il mio bimbo, indossava una maglia da lui fatta con scritto “Fabri mi fido di te … so che ce la fai” ed io invece indossavo una maglia regalatami da mia Moglie con scritto “Corri, un piede davanti all’altro fino in fondo – sono nel tuo taschino. Eli”. Sempre Martino mi disse mesi fa “Fabri so che il Passatore è il tuo sogno … se non ce la farai lo correrò io per te”. Tante volte, prima delle 15:00 del 26 Maggio, allenandomi avevo immaginato questo momento ed ora che scrivo è compiuto. Saluto allora tutte quelle persone che risiedono nel mio cuore ed a cui nei mesi passato ho dedicato lacrime di commozione e pienezza. A Brisighella mi aspettava Elisabetta che mi ha accompagnato fino all’arrivo; le sono andato in contro con uno scatto e ci siamo baciati. Sarà sempre un caso, ma a meno di un km dall’arrivo, su un ponte, c’era scritto “Fabrizio ti amo”, anche se non lo aveva scritto lei. In cucina oggi c’è un piccolo bocciolo di rosa che ho raccolto e le ho donato quando l’ho incontrata.

Ringraziamo quindi tutti coloro che fan parte delle famiglie dei corridori, che sanno accompagnare i loro cari. Senza il loro supporto credo che tali “imprese” non si potrebbero realizzare.

E poi Michele. Prima, durante e dopo. Il Triva, l’Angelo custode. Il “Mammo”, pulito e gioioso. Presente. Dolce. Accogliente. Disponibile. Silenzioso … il suo ultimo tocco è stato quello di avermi trovato la macchina in una rotonda (non ricordavo dove l’avevo messa). Sul cofano c’era il cartone giallo con la scritta “Polisportiva Saragozza” che prima era sul suo scooter, con tanto di lampeggiante giallo.

E adesso tocca a GIGROBOT: Fabio. Per Fabio occorre spendere due parole a parte. Fabio il gigante buono. Fabio il chiacchierone. Fabio il Papà di Emma. Fabio e Simona, una coppia di nuovi Amici. Fabio, non so quali venti rincorra, ma nel suo essere tutto cinghiale è vero. Pulito. Incandescente. Caratterialmente pregnante. Devo a lui quella sicurezza che mi ha permesso di affrontare il “mio” primo Passatore senza paura. Grazie Fabio … grazie a te me la sono proprio goduta. Sempre li, presente e costante. Solido e sostanziale. Inespugnabile. Poi uomo è e c’ha il suo caratterino, ma leggendo tra le righe, a dispetto delle 14.357 gare disputate (per la cronaca la sua prima ultra l’ha fatta nella pancia della mamma con un personale di 9 mesi, 2 giorni, 5 ore e 4 minuti) è un’anima giovane, ad un occhio non attento può sembrare anarchico e reazionario … ma è l’abbaglio, il raggio di luce che solo l’intensità può donarti. Come unica cosa gli auguro che correndo si (ri)trovi. Io nel frattempo, prendendo a prestito una sua espressione, TROTTERELLO al suo fianco.

Fabrizio Badiali

Racconti Passatore – Anno 2017

Circa tre anni fa, vidi un servizio in TV, facevano vedere Faenza, dove alcune persone  arrivavano, all’alba,

stremate nella piazza principale della citta’. Questi pazzi scatenati,erano partiti da Firenze il giorno prima

e avevano corso tutta la notte per arrivare al traguardo a Faenza. Il mio primo commento,

fu quello di pensare, ma chi glielo ha fatto fare? Questi non sono normali!!!

Tre anni sono passati da quel servizio in TV, a quel tempo non avevo neanche iniziato a correre….e oggi

sono qui a raccontare questa splendida ,meravigliosa avventura.

Ho pensato molto, lo scorso anno, se iscrivermi oppure no, ho chiesto tante informazioni  sulla

 gara, ai veterani Francesco,Loris e Fabio…. E ho ricevuto preziosi consigli,e qui vorrei pubblicamente

ringraziarli!

Comunque alla fine, a dicembre,mi sono fatto il regalo di Natale e mi sono iscritto.

Ho passato i primi mesi del 2017, correndo  maratone,  trail,e ultramaratone per fare allenamenti

lunghi ,in preparazione della gara!!

Poi il 27 Maggio,Francesco,Aurelio, Gianluca ed io,abbiamo preso il treno per Firenze,dove abbiamo

raggiunto Loris.Quel giorno ,nel centro storico della citta’,si respirava una strana aria,migliaia di turisti

provenienti da tutto il mondo,si mescolavano con quasi tremila runner,pronti ad affrontare la sfida.

Il caldo era notevole, e cosi’ decisi,come faccio con i trail ,di portarmi lo zainetto per avere piu’

autonomia idrica,perche’e’vero che i ristori ci sono ogni 5 km.,ma con una giornata cosi’ bollente,

affrontare la salita di Fiesole e della Colla,voleva dire stare anche 40/45 minuti senza bere,e mi

sembrava rischioso.

In mezzo a una euforia pazzesca,finalmente si parte…,al km.30 incontro  Fabrizio,…e’festa…

si ha ancora voglia di ridere e scherzare !!Poiqualche centinaio di metri ,prima del passo della Colla,

mi viene incontro Daniele,che con il Triva ,facevano da supporto/collegamento…oltre a fare bellissime

foto …ed e’nuovamente festa,abbracci,voglia di ridere e scherzare..Siamo a meta’gara,arrivo in vetta

al passo della Colla in 6 ore e 6 minuti !!!Dopo il passo inizia a fare buio e incontro finalmente Alberto

che ha fatto da supporto a me ed Aurelio,per tutta la notte!!!un grande grazie ad Alberto…

Nel buio si e’ sempre piu’ soli,soli con le lucciole e le stelle,anche se ai ristori,c’erano sempre ad aspettarci

Alberto,Daniele e il Triva,per il resto sei da solo,come in un viaggio mistico,pensi,pensi a tante cose,

ovviamente a quello che stai facendo.

Dalle parti di Marradi,circa al km.60 (quando fondamentalmente hai ancora una maratona da fare)

non riesco piu’ a buttare giu’ niente di solido,solo liquidi…e Faenza e’ancora lontana.

A Brisighella,km.88, le energie iniziano ad affievolirsi,e in alcuni tratti,alterno corsa a camminata veloce.

E’a questo punto,comunque,che capisco che in un modo o nell’altro sarei arrivato al traguardo!!!

L’emozione che si prova quando si arriva al traguardo di Faenza e’difficile da spiegare !!poi vedere gli amici

che ti aspettano e ti abbracciano al traguardo sono senzazioni meravigliose…

Adesso sono sempre piu’convinto,che qualsiasi cosa una persona,sogni di intraprendere,occorre iniziarla,

perche’l’audacia ha del genio,del potere…della magia.

Ho letto da qualche parte una cosa che condivido pienamente,e cioe’che prima di superare la linea d’arrivo,

devi avere il coraggio di schierarti su quella di partenza.!!!

E’andata bene per tutti noi !!!per quel che mi riguarda,non ho bisogno che una cosa sia facile,ho bisogno

che ne valga la pena…e ragazzi fare il Passatore ne vale veramenta la pena….oltre al nome e alla

reputazione che si e’ fatta,questa corsa, e’ proprio bella con un percorso veramente incantevole!!

,Il Passatore non inizia nel momento in cui partiamo,ne finisce nel momento in cui tagliamo il traguardo,

in realta’comincia molto prima e non finisce mai,dato che il nastro dei ricordi continua a scorrere dentro

anche dopo che ci siamo fermati.

E’il virus del Passatore,malattia sostanzialmente incurabile !!!

Se puoi sognarlo , puoi farlo !!

Un grazie a tutti voi

Tiberio

Ho iniziato a correre dieci anni fa, spinto da alcuni amici e motivato  da  quindici chili  di  troppo e  da  un  passato a  dir  poco sedentario. Allora non potevo certo immaginare  che un giorno avrei corso la 100 km  del Passatore. Ma la  stessa cosa me  la sono detta  qualche anno  fa alla  mia  prima maratona.

Il passatore quindi  è  stato l’approdo quasi inevitabile  di  tante piccole  sfide  con  me  stesso.

Lo confesso, ci  pensavo da  qualche anno e  ascoltavo i  commenti  e i  consigli  di  chi  lo  aveva affrontato tante  volte.  Mi  sono tornati  in  mente i  consigli di Piero alla  mia  prima maratona e io  gli  rispondevo “vorrei che   fosse  la  prima  di  tante”.

Durante quelle  ultime ore  di  corsa  nella notte , quando tutto serve per distrarre la  mente  e ingannarla , questi pensieri  mi  hanno  fatto compagnia e prendeva consistenza  la  consapevolezza che  questa sfida con  me  stesso la  stavo  vincendo.

 Ma   il buio e  a  tratti il silenzio fanno riflettere .

Sono ben altre  e più serie e a  volte drammatiche le sfide  che la  vita a  volte  ci  riserva .

Ma se può apparire scontato che il Passatore abbia   questa  dimensione intima  e personale ,non è altrettanto scontato viverlo come una  esperienza  che  mi  viene  da  definire comunitaria per il calore  e l’entusiasmo di  chi  ha  rinunciato a  una  notte  di  sonno per  seguire  gli  amici  lungo il  percorso.

Rimarranno un  ricordo indelebile quei ristori dove  trovavo Daniele e  il  Triva, la  loro moto che ogni tanto mi  passava  accanto e  le  loro  voci  a  chiedermi  come  stavo, è stato importante vedere Alberto e  sentire il suo  incoraggiamento, appoggiato alla  sua macchina che ogni  tanto compariva  improvvisamente a  bordo strada.

E come  faccio  a  non  sorridere pensando a  Daniele  che  mi  dice ” non  avrei  scommesso su  di te ” o non commuovermi pensando al  Triva che commenta  la  foto del ristoro al 75 km ” dopo  10 km di  nausea Aurelio ha  ripreso a  mangiare e  da  questo momento non si è più fermato ”

E’ tutto questo che  ha  reso speciale il “mio Passatore ” insieme  al  ricordo della serata in  pizzeria qualche  giorno prima , ad ascoltare i  consigli sensati e  sereni  di  Loris, insieme alla  follia  di  Gianluca  che  si  lascia  convincere a  correre  il  Passatore sei  giorni  dopo un Ironman, aiutato anche dalla dedizione ammirevole  di  Fabrizio  e  Tiziana , la  corsa  scriteriata  di  Tiberio che mi  ha  consentito di  stargli  davanti ( ma  siamo  già d’accordo  che  l’anno prossimo sarà più saggio). Cito per ultimo Francesco perchè senza tutti questi anni  di amicizia  e corse insieme  non sarebbe maturata l’idea  del  “Mio Passatore ”

Aurelio Del Vecchio

Racconti Passatore – Anno 2016

La gara inizia molto tempo prima del giorno della partenza.

Inizia nella testa, inizia nel cuore, inizia sotto una pioggia battente alla quale si è ormai abituati, la quale bagna soltanto l’asfalto e poco altro.

La mia gara è iniziata con un infortunio, al ginocchio destro più  precisamente, il quale mi ha costretto a stare fermo circa sette mesi.

Il primo passo per guarire, mi dissi, è riconoscere e accettare di essere infortunati, inutile forzare, inutile tentare di accelerare i tempi o credere di stare perdendo qualcosa. Bisognava attendere con pazienza, rispettando se stessi e il proprio corpo.

La risonanza magnetica non era di certo incoraggiante, ma non sarebbe servito a molto pensare di non farcela o peggio ancora di non essere più in grado di correre.

Nonostante cercassi di darmi parecchio da fare per mantenermi allenato con gli esercizi mirati di ginnastica e allungamento in palestra e con alcune sessioni in acqua in piscina, non notavo miglioramenti al ginocchio e la perdita dei progressi fatti fino a quel punto era purtroppo per me evidente.

Verso la fine di Novembre effettuai la visita ortopedica di controllo e il Prof.re Lelli di Bologna che mi visitò mi chiese se avessi intenzione di rifare una ultramaratona come il Passatore.

Gli risposi immediatamente che se fossi stato in grado l’avrei rifatta senza ombra di dubbio perché sarebbe stato un mio grande desiderio.

Mi fornì indicazioni precise per sviluppare al meglio la muscolatura delle gambe per cercare di salvaguardare il più possibile le ginocchia, le quali egli purtroppo confermò il loro stato non particolarmente in salute.

Mi salutò dicendomi che secondo lui avrei potuto riprendere a allenarmi la sera stessa. Avevo tentato già diverse volte a riprendere, ma ogni volta il ginocchio si bloccava dolorosamente dopo appena un chilometro, quella sera invece non successe nulla.

Sentivo che non era perfettamente funzionante, ma perlomeno non mi faceva più quel male insopportabile che non mi permetteva di correre.

Il momento più difficile mi sembrava superato, mancavano sei mesi alla gara, potevo tentare, anche se le premesse non erano di certo le più incoraggianti.

Avevo forse superato l’infortunio, ma ero nel frattempo aumentato sei chili di peso e coprivo al massimo una distanza di otto chilometri, non senza faticare.

Porto un grande rispetto per tutte le distanze, anche le più esigue e contenute, perché nessuna di queste è scontata e acquisendo le più brevi, facendole proprie, si è poi in grado di raggiungere traguardi più distanti.

È facile dimenticarsi di quanto siano impegnativi pochi chilometri, piccoli percorsi, brevi distanze alle quali non si presta la dovuta attenzione.

Un lungo infortunio, uno stop forzato, possono riportarle alla luce attraverso le nostre ceneri e fornire loro la dignità che invece, come qualunque distanza, si meritano. Stare molto tempo fermi rimette in discussione ogni risultato raggiunto, demotivando e dando però allo stesso tempo gli strumenti per ricostruirsi così come già si era riusciti a fare in passato.

Ripercorrere lo stesso sentiero a volte permette di osservare meglio qualcosa che al primo passaggio era sfuggito. Decisi di iscrivermi alla gara, nonostante le prime uscite “ufficiali” fossero davvero poco convincenti, specialmente perché non riuscivo a ricavarne nessun divertimento.

Ogni allenamento e ogni gara di avvicinamento mi procuravano molta sofferenza, sicuramente perché chiedevo troppo a un fisico non più abituato a certi tipi di sforzi. Non potevo però esimermi dall’affrontare certi passaggi, i quali erano il minimo indispensabile per poter cercare di ambire a raggiungere il traguardo di Faenza.

Non avevo confessato a molti di essere nuovamente alle prese con la preparazione della 100 km.

C’è stato anche chi mi sentenziò dicendomi che questa volta non ce l’avrei fatta e che era troppo rischioso partecipare.

“Può darsi” rispondevo guardando altrove, cercando di minimizzare i problemi che sarebbero potuti presentarsi, ma dentro di me, da qualche parte dove non poteva sentirmi nessuno mi dicevo “Stai a guardare. Perché ti faccio vedere come si fa”.

Lo pensavo non tanto per un’inutile presunzione fine a se stessa,  piuttosto per farmi forza e per darmi un sostegno. Sapevo anche io che non avevo più la preparazione dell’anno precedente e che avrei dovuto fare affidamento su qualcosa di diverso e sull’esperienza.

Alla prima partecipazione potevo immaginare che mi avrebbe fatto male, questa volta avevo l’indiscutibile vantaggio di averne la certezza e sapere inoltre anche quando e dove.

Nutro molta ammirazione per la 100km del Passatore, sono di origine faentina da parte di padre e a Faenza e Brisighella ho molti ricordi di infanzia.

Questa corsa fa parte del mio corredo genetico, è un’anima di questa città, dove se ne parla ogni giorno, è quasi un’unità di misura per pesare le persone.

Ogni faentino conosce la 100, non perché gliel’hanno raccontata, ma perché la vive e la sente quotidianamente.

Fare parte di questa corsa, presentarmi alla linea di partenza è per me un privilegio, un atto di amore verso il mio territorio, una ricerca di qualcosa che mi identifica e mi appartiene.

Ci sono momenti durante il lungo percorso che passano veloci, leggeri, impalpabili. Altri, invece, si imprimono nella corteccia cerebrale, li si attende con le grandi aspettative del bambino, del grande sognatore, del giovane illuso.

Lungo la discesa nella notte il vento soffia caldo e il suo alito profuma il volto, accarezza i campi, muove le coltivazioni, increspa l’acqua, pizzica le setole del bestiame e mastica un bacio evanescente sulle guance di chi corre.

E se qualcuno sta correndo in quella notte così piena di spirito e di fatiche, sta sicuramente anche combattendo.

Combattendo contro il proprio destino, contro le proprie decisioni, contro le proprie parole, specialmente contro quelle che non ha mai avuto il coraggio di pronunciare.

Quel corridore di certo combatte per capire qualcosa di se stesso, cancellando molte cose, forse tutto il resto.

Si rimane sempre soli a un certo punto, nel buio pesto e insondabile della fatica, a guardarsi negli occhi nello spazio di un sussurro.

E vedersi per ciò che davvero si è, attraverso la sofferenza e il dolore, anche solo per un attimo, non a tutti può fare piacere.

Il posto dove si scopre qualcosa è quello dove si vuole ritornare. È dove mi sono visto così da vicino da dirmi “tu sei questo”, è lì che voglio ritornare.

Anche adesso, mentre mi alleno e ripenso al tempo trascorso, guardo i campi dove il granoturco è già alto e dove non si riesce a distinguere nulla attraverso il muro dei fusti delle piante che blocca ogni sguardo.

Se fosse il mio destino come quel campo di granoturco, così vicino al lato della strada, così alla mia portata al punto da sentirne il calore evaporare dal suo nutrimento eppure così impenetrabile, silenzioso, invalicabile. Così indifferente nel pieno dei suoi giorni. 

Loris Berardi

Faceva molto caldo (31 gradi alla partenza). Da Firenze a Faenza passando per il passo della colla quota 915metri. 100 km con i primi 48 in salita.

Il  garmin in totale mi ha dato 1528 metri di dislivello positivo e circa 7000 calorie bruciate.

Credo che se dovessimo paragonarla ad una corsa in piano sarebbero stati almeno 120km.

Fortunatamente grosse crisi non le ho avute ma a 200 metri dal traguardo un crampo allucinante al polpaccio sx mi ha bloccato per un paio di minuti!

Quando corri  di notte in mezzo al niente, al buio con la sola torcia frontale e con già 70 km sulle gambe ti domandi spesso se ce la farai o no.

Beh io ce lo fatta! Io c’ero!

Ivano Melchiorre

Dopo un vorticoso 2015 occupato per metà a raggiungere l’obiettivo dell’ironman, raggiunto con la chiusura dell’IM di Zurigo di luglio, mi ero deciso di tornare al salutare ritmo di una maratona all’anno.

Facendo fede al mio principio alla Paganini… ovvero che la stessa maratona non si ripete…ad inizio anno avevo pianificato di puntare sulla Barchi-Fano una delle maratone che mi mancavano all’appello.

Passo un inverno di allenamenti blandi, sono sempre stato un po’ allergico alle tabelle anche se rispettoso dei ritmi e del chilometraggio che comunque una 42 impone. Mi affido per convenienza alle tabelle derivanti dal metodo FIRST che di fatto prescrive solo 3 allenamenti a settimana: ripetute il martedì… medio veloce il giovedì… lungo la domenica.

Arrivo così senza molta convinzione a Maggio e a quel punto guardando il calendario mi parte un’idea un po’ incosciente: partecipare al Passatore di fine mese. Lo schema mentale a quel punto era quello “del passo alla volta”… prima l’8/5 la Collemar-athon poi la settimana dopo la mezza maratona del sale di Cervia poi entro martedì 18/5 la decisione.

Così a 10 giorni dalla partenza mi iscrivo e mi ritrovo dentro ad una sfida che sulla carta appariva più tosta dell’ironman.

Nella realtà per uno come me che non aveva mai superato la soglia dei 42,195 la sfida aveva un unico obiettivo: arrivare a Faenza.

Senza nulla togliere all’impresa se la si guarda con l’obiettivo di arrivare cambia un po’ tutto… anche il Passatore si è adeguato alla commercializzazione delle “sfide impossibili per atleti improbabili” e il tempo massimo è fissato ad oggi a 20h. Il che si traduce in un ritmo da 5 km all’ora: detto in poche parole una persona che se la cammina tutta in modo brillante la può portare a casa.

Forte di queste piccole convinzioni l’ultima settimana preparo la gara mentalmente fissando l’obiettivo delle 15h e provando anche nelle ultime sgambate il ritmo in collina di passo e in pianura di corsa trattenuta: tutto mi sembrava raggiungibile.

Tutto questo mi ha portato ad affrontare il pregara e la gara stessa con molta tranquillità. Contro di me avevo il non rispetto di una qualsiasi tabella per ultramaratona che prevede per lo meno un lunghissimo da 60km; a mio favore le 20 maratone e i triathlon conclusi.

L’arma letale contro l’ansia però è l’affetto e l’appoggio familiare: Giulia la mia compagna mi avrebbe seguito… una garanzia per affrontare la sfida con assoluta tranquillità e calore.

A Firenze in mezzo alla calura della partenza incontro altri compagni di squadra e di avventura… Ivano alla sua prima come me… Fabio alla sua seconda prova… e Mistro che meglio definirei “il Maestro” forte dei suoi 8 passatori e dei suoi utili consigli che mi snocciola mentre ci incamminiamo verso via dei Calzaiuoli.

Si parte alle 15.00 sotto sole e caldo estivi e il ritmo dei primi 4-5 km è basso per le strozzature del percorso. Rispetto fedelmente la mia tabella ovvero appena arrivo all’attacco della salita per Fiesole inizio una camminata veloce: il caldo è opprimente…la salita è abbastanza tosta … il correre avrebbe fatto guadagnare poco tempo a discapito di molta fatica. L’impostazione mentale che mi impongo è più rivolta all’efficienza: minimizzare le risorse per raggiungere  il risultato.

Altro elemento cruciale l’alimentazione e l’idratazione: bere molto (fino a 3 bicchieri) ogni 5km ai ristori e alimentarsi: i ristori sono ben forniti e conservo un gel della GU (i miei preferiti!) come backup nel taschino.

Dopo Fiesole il percorso diventa più dolce e si può riprendere a camminare con giudizio avendo cura sempre di porre attenzione alle salitelle che io, come il demonio, esorcizzo passando a camminare.

Arrivati sulla Faentina (Vetta alle Croci) la strada inizia la discesa verso il Mugello e qui si corre regolari fino a Borgo San Lorenzo dove si passa per il centro e da dove la strada inizia prima ad appiattirsi poi a salire.

All’uscita di Borgo l’incontro con “il Triva”: l’instacabile fotografo e supporter della squadra e poi più in là verso Panicaglia il primo verticale con Giulia e Valentina che mi dà un po’ di conforto.

La salita della Colla la cammino tutta come da previsione… devo dire piacevolissima la salita passata a chiacchierare con gli altri podisti… il superamento in salita del cartello dei 42, le mie colonne d’Ercole, è abbastanza anonimo. Al 46° faccio scattare il gel per prepararmi alla ripresa della corsa.

Alla Colla ho inviato tramite il servizio della corsa lo zaino con il cambio… decido di sostituire i calzini asciugandomi i piedi e trattandoli con abbondante Pevaryl per scongiurare le vesciche. Sotto alla canottiera PPS mi metto una tecnica a maniche lunghe mentre i pantaloncini della X-Bionic decido di portarli a Faenza con me. Reintegro il gel della GU di backup che avevo appena consumato.

Il cambio è abbastanza concitato … lo spazio per cambiarsi non è molto e alla fine passa circa un quarto d’ora come previsto.

L’inizio della discesa coincide anche con il mio riprendere a correre, sono le 21, ormai è buio e il traffico delle macchine in colonna non è certo un bell’accompagnamento. Dopo 3 km dalla cima è previsto il 2° incontro con Giulia… questo insieme al fresco… all’anticipo di 1 ora rispetto alla tabella prevista mi dà morale.

Il percorso della 2° parte del Passatore è un lento degrado verso la Romagna, la discesa si fa sentire subito poi anche il suo effetto benefico si compensa con la stanchezza e il mio passo di corsa rallenta.

Gli incontri con Giulia sono fissati ogni 5 o 10 km e sono, insieme ai ristori, un’oasi fisica e mentale.

Ecco io credo che il passatore inizi proprio qui da dopo Marradi… superato il 60° si inizia a fare il conto con stanchezza e anche con un po’ di noia. Chi ne ha è qui che può iniziare il suo recupero di posizioni… chi corre per arrivare inizia a ragionare con meccanismi di sopravvivenza che significa iniziare a camminare al minimo accenno di schiena della strada. Proprio in mezzo a questi pensieri mi passa Loris, compagno di squadra, con un passo importante e regolare.

Io traccheggio mi alimento ma non riesco più a variare il ritmo… scivolo apaticamente verso una corsetta che si confonde con una camminata veloce. Tutto questo fino all’82° dove, passato un ristoro, vivo la crisi vera. Ringrazio che in quel punto ci fosse Giulia che mi dà conforto… non riesco più a tenere la testa alta in un misto di nausea e vuoto. Prendo la decisione giusta nel “concimare” il campo di ulivi a fianco e il gesto mi fa sentire subito meglio anche se mi lascia in un mare di brividi di freddo. Riesco a cambiarmi la tecnica e mi metto anche un antivento e un cappello invernale, poi riparto pieno di dubbi.

La paura mi farà camminare per 10 km fino a Brisighella prima da solo con un passo incerto e poi in compagnia di Valentina (figlia di Giulia … il supporter del supporter!).

Arrivato a Brisighella tutto è passato e l’ultima decina di km mi convince a riprendere la corsa.

Il mio finale è un crescendo di “velocità”… a conferma, ancora una volta, che la mente è sovrana nel gesto di endurance. Accompagnato dal mio “tittare” il gel di backup, chiudo l’ultimo km a 5’ e 18’’ in 13h e 40 circa con gli abbracci dei supporter PPS e con la felicità di aver aggiunto la medaglia a me più cara … quella che profuma di casa (la mia Romagna) e di impresa (una 100!!!).

In breve alcune mie personalissime considerazioni per chi volesse cimentarsi nel Passatore:

Siete un maratoneta seriale ? O comunque avete già passato diversi muri del 32° ? Allora non massacratevi di allenamenti lunghi
La Collemar-athon è ottima per percorso e vicinanza di calendario come tappa di allenamento
Imponetevi un ritmo raggiungibile… fatevi una tabella (magari un po’ al di sotto delle vs possibilità)… vi servirà come traccia e allenamento anche mentale pre-gara
Curate l’alimentazione… ovvero mangiate regolarmente ad ogni ristoro e portatevi con voi una barretta o un gel come backup per le crisi di mezzo. Gel e barrette dovrebbero essere già testati in precedenti gare o allenamenti per non avere sorprese. Per attenuare il problema del troppo dolce, che prima o poi affiora con il passare dei km, io sono riuscito a ingurgitare un po’ di brodo e a mangiare un piatto di pasta con il parmigiano.
Curate maniacalmente l’idratazione… bevete spesso non saltate ristori. Vi accorgerete anche da quanta poca pipì farete che quell’acqua è fondamentale per il vostro corpo
Non vi fate spaventare dal numero di km … 100 detti così fanno paura… in realtà questa non è il doppio e un po’ di una maratona… questa non è una vera e propria gara… questo è più un viaggio notturno
Almeno una volta nella vita: fatelo. 

Enrico Baldisserri

Racconti Passatore – Anno 2015

Nella presentazione dell’album Anime Salve composto insieme a Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè descrive il significato del titolo dell’album partendo dall’etimologia delle parole che lo compongono, “anime solitarie”.

È un elogio alla solitudine il suo, e dice bene quando parla del fatto che la solitudine è un lusso che non tutti si possono permettere. Aggiunge anche che stando da soli si ha una migliore percezione di ciò che è il circostante, si affrontano e si individuano meglio i problemi e non è raro raggiungere migliori soluzioni.

Condivido il pensiero di De Andrè, umanamente profondo ed è sicuramente da una profonda necessità di solitudine e di riflessione con me stesso che ho iniziato a correre e a allenarmi per la 100km del Passatore.

È stata un’esigenza nata spontaneamente, da qualche recesso del cuore, una voglia di riscatto probabilmente, nutrita anche dalla rabbia, non lo nascondo, dovuta a alcuni aspetti che trovavo e che trovo difficili da accettare della mia vita.

Ognuno ha le sue motivazioni, i suoi demoni, i suoi pensieri, le sue delusioni a alimentare le proprie gambe, forse mentre si corre si immagina una realtà differente, si vive in una sorta di meditazione intorno a se stessi e che coinvolge anche le persone che fanno parte della propria vita.

Il circostante appunto appare sotto altre vesti, più incline a soddisfare i nostri desideri a volte, in altri casi con sfumature più nefaste e giudizi più severi per ciò che ci riguarda.

E questa solitudine diventa un fabbisogno quotidiano, un fabbisogno per lo spirito, un respiro del quale la corsa si alimenta e una strada che la mente percorre più e più volte riproponendosi attraverso nuovi e antichi pensieri. In una lingua di asfalto, nella sera dopo il lavoro che spesso è la vetrina attraverso cui ci si mostra alla fatica, si mangiano chilometri e pensieri senza nessun disturbo, procedendo in una continua discussione con se stessi.

E a volte in noi stessi troviamo l’interlocutore più difficile da ascoltare.

Mi sono concesso il lusso di stare da solo con me stesso per 100km, abbracciando con forza la fatica, la solitudine e tutti i suoi pensieri, tutti i suoi ragionamenti, tutte le sue fantasie.

Prosegue il percorso, mentre si credeva impossibile realizzarsi in una tale distanza, con numerose difficoltà e ostacoli, ci si ritrova già un passo più avanti rispetto a quello che si credeva possibile poter realizzare.

Scoprire di essere la sorpresa per se stessi e di se stessi è uno degli aspetti che più mi affascina della corsa e che più si è manifestato nel Passatore.

Sentirsi lo strumento di realizzazione della propria forza di volontà, una completa sintonia con essa, a dimostrazione che se si vuole, se davvero si desidera, allora si può fare, allora ci si riesce.

Non sono arrivato impreparato, nonostante mi mettessi per la prima volta alla prova su questa distanza.

Questo posso dirlo solo dopo essere riuscito a portare a termine la gara, prima non ne ero molto convinto e credo sia normale non ritenersi sufficientemente preparati per correre 100km.

Mi sono allenato molto, alternando con continuità e costanza la corsa, la palestra e la piscina; con pazienza, umiltà e spirito di sacrificio.

Per più di un anno ho pensato ogni giorno all’obiettivo che mi ero prefissato, il traguardo della Firenze – Faenza, e l’obiettivo stesso mi dava la forza di uscire a allenarmi quando non ne avevo assolutamente voglia, di alzarmi presto la domenica mattina per partecipare alle gare in previsione del “vero” arrivo, di sopportare anche aspetti non legati alla corsa, lasciandoli passare e rifugiandomi poi nel mio tentativo, nella personale costruzione della “mia” centochilometri.

In tutto questo percorso di avvicinamento al Passatore ho imparato a conoscermi, a sentirmi, a capire quali fossero i miei limiti, a accettarli senza soffrirne, rispettandoli e mettendomi nella condizione di imparare non solo da me stesso, ma anche dagli altri, ascoltando i consigli dei podisti più esperti e di chi aveva affrontato questa gara numerose volte senza problemi e anche con qualche decina d’anni in più di me sulle spalle.

Sono sicuramente cambiato, ho maturato una visione del mondo differente rispetto a prima, una Weltanschauung più approfondita, arricchita da altre e preziose sensazioni.
Ho detto qualche “no” che non ero abituato a dire, forse, o anche senza il forse, mi sono un po’ allontanato dalla quotidianità precedente, cambiandola, trasformandola in qualcosa di diverso e, a mio avviso, più utile e appagante.

La preparazione per il Passatore è sicuramente stata educativa, un’esperienza importante e che come tutte le esperienze che segnano (e insegnano) passa attraverso la sofferenza, il dolore, la fatica, la disciplina e l’apprendimento.

Si cerca di non lasciare nulla al caso, e così facendo, con l’ausilio sempre ben accetto di quel po’ di fortuna che spesso viene in soccorso degli audaci, ma mai dei prepotenti, si ottengono buoni risultati. E i frutti migliori sono pronti per essere raccolti da chi bene ha seminato.

Conserverò per sempre un ricordo bellissimo di questa corsa, non dimenticherò la notte che avvolgendosi rapidamente tutta intorno accompagnava i miei passi nella discesa dal passo della Colla verso Marradi, offrendomi una luna quasi piena, silenzi interrotti dallo scorrere dell’acqua dei torrenti e dai versi degli animali notturni, le luci intermittenti delle lucciole ai bordi della strada e gambe leggere da farmi sentire solo il mio respiro, come se non stessi calpestando nulla, nessun terreno, nessuna strada; come se fosse l’unica cosa che potessi percepire.

In quel preciso momento ho pensato che fosse bello essere lì, che fosse giusto fare parte di quell’istante, che fosse doveroso ringraziare per riuscire a provare quelle emozioni.

Loris Berardi

Perché decidere di affrontare una sfida podistica di 100km? Perché la vita credo debba essere un insieme di esperienze ed emozioni, anche nella corsa; quindi, è sempre stimolante cercare nuovi obiettivi per mettersi alla prova e sentirsi vivo.

Perché scegliere come 100km proprio “Il Passatore”? Perché ha un percorso affascinante che si snoda tra le colline tosco/emiliane, perché è una corsa ricca di storia, tradizione e leggende (a partire dal personaggio da cui prende il nome), perché è la “maratona di New York” delle ultra: tutti sanno cos’è!

Premesso questo, è doverosa una precisazione, perché nella realtà dei fatti sono stato trascinato in quest’avventura da un compagno di corsa, ma che soprattutto è un amico di una vita, che ha dovuto insistere non poco per farmi partecipare. Non lo ringrazierò mai abbastanza, ma non glielo dirò mai, altrimenti mi sfotte a qui all’eternità…

In questa brevissima raccolta di pensieri, proverò a non scrivere nulla di tempi, medie al km, alimentazione, strategie di corsa, perché, seppur prestando la necessaria attenzione a questi elementi, non sono stati i cardini dello spirito con cui ho affrontato Il Passatore. L’obiettivo era partecipare, divertirmi, vivere le emozioni di una “100” e, se possibile, arrivare a Faenza sano e salvo!

Quindi, iniziamo da prima della partenza, dove il fatto che lo start sia alle 15 è già di per se una bella novità, perché la maggior parte di noi podisti è abituata a correre o alla mattina o alla sera. Dopo il classico ritiro pettorali ed un pranzo da far drizzare i capelli ai podisti seri (siamo a Firenze, non posso mica mangiare del riso in bianco, giusto?), ti aggiri per la città e la vedi invasa da podisti che gironzolano per le vie del centro, scattano foto sotto l’arco di partenza (sarà forse perché è l’unica certezza di cui al momento si dispone…?), si cambiano nei luoghi più impensati tanto Firenze ci sta regalando uno splendido pomeriggio di sole, preparano le borse per le tappe intermedie discutendo su come riempirle.

L’aria è elettrica e lo si avverte, perché lo sparo della partenza si avvicina a la paura sale; almeno sicuramente la mia, perché si, lo confesso, da quando ci siamo messi in zona partenza ho iniziato ad avere paura; paura di dover affrontare qualcosa forse più grande di me e di non sapere come affrontarla.

Sarà poi che fatte le debite proporzioni, la partenza del Passatore è come la partenza della camminata di Lovoleto, la paura passa subito e lascia spazio alle belle sensazioni per essere parte di un evento importante, di un’impresa da compiere e quindi inizi a guardare il paesaggio attorno a te, a vedere “la fauna” podistica piena di personaggi stravaganti, chi più caciarone e carico, chi talmente fuori luogo da sembrare provenire da Marte ed anche qualche volto noto del circuito delle domeniche mattina bolognesi capace di farti sentire quasi a casa.

In questa carrellata, particolare gioia ha trasmesso incontrare e superare un anziano signore, non so se fosse l’ultra decano delle partecipazioni Walter Fagnani, che camminando verso la salita di Fiesole ha raccolto tanti applausi quanti Re Giorgio Calcaterra alla partenza, ricambiandoli con sorrisi ed un “…eh, alla vostra età…” : spettacolo.

Superato Fiesole si prosegue verso Borgo San Lorenzo ed è tutto un serpentone di podisti, biciclette ed auto. So bene che probabilmente la questione degli aiuti ed assistenze ai corridoi fa parte del gioco del Passatore e che forse anche per questo motivo vanta un numero di partenti stratosferico considerato la distanza, ma confesso che in alcuni momenti questa cosa mi ha un po’ innervosito perché devi stare attento ad un sacco di auto che si incrociano nelle strette vie che percorriamo ed a volte sei costretto a fermati; poi se due biciclette non mi fossero venute addosso sarebbe stato meglio. Vabbè, andiamo di lungo.

 

Tra Borgo San Lorenzo ed il passo della Colla di Casaglia l’atmosfera è una curiosa alchimia tra una tappa del Tour de France con tanta gente ai bordi della strada ad incitarti verso il Gran Premio della Montagna che trasmette un’incredibile adrenalina ed una gigantesca sagra paesana con camper, gruppi di persone accampate ed organizzate con tavolini, barbecue (mannaggia a loro…) ed ogni altro strumento per seguire dal vivo l’incedere dei podisti.

 

In questo lungo tratto di falsipiani e salita compreso all’incirca tra il km28 ed il km48 iniziano i primi atroci pensieri su come interpretare la corsa perché la salita è, o meglio sarebbe, regolare e corribile, ma poi una volta raggiunta la quota massima non sei nemmeno a meta! Vabbè, la prendo comoda, cammino e corricchio, tanto la fretta non è un articolo che oggi ho portato con me, cosi mi godo il bellissimo paesaggio collinare attorno a me prima che il sole lasci spazio alla luna. L’arrivo in cima è bellissimo perché senti di aver raggiunto il primo traguardo intermedio. Non sarò stato certo un precursore, ma si, nella mia mente ho suddiviso i 100km in 3 sostanziali “sotto traguardi” per stimolarmi, per affrontare meglio il lungo percorso, per avere qualche piccolo “hurrà” prima della sperata gioia finale.

Ora che ho corso (più o meno corso) una distanza superiore ad una maratona, penso che ne mancano ancora 52 di km ed il sorriso dell’arrivo in cima si fa meno ampio e qualche preoccupazione inizia a fare capolino, anche se tutto sommato per il ritmo tenuto fino ad ora non mi sento particolarmente provato. Per fortuna che ora inizia la discesa fino a Marradi e qui tutti i Santi aiutano anche se poi è vero che è bene non farsi aiutare troppo per non rischiare di esagerare.

Qui alla Colla avevo previsto l’unico trasporto indumenti e generi di prima necessità di tutto il percorso (con il senno di poi si è rivelata una buona scelta) così, prima della discesa, mi cambio completamente dalla testa ai piedi anche perché inizia a fare freschino oltre che buio e mi riposo 10/15min. Sono nuovo! Pronti, partenza e via per la seconda corsa nella corsa!

La discesa procede bene, sempre con calma, devi solo stare leggermente attento a farti vedere dalle auto, ma tutto sotto controllo. C’è una bella luna, non poteva essere altrimenti dopo un gran bel sole, e questo, non so perché, ma mi rende felice. Prima di entrare nei vari paesi, ai bordi della strada, ho avuto anche la fortuna di vedere diverse lucciole (maschietti non fare gli spiritosi…) che da tempo immemorabile non vedevo. Brave, fatemi un po’ di compagnia anche voi che qui inizia a farsi tosta ed i podisti sono abbastanza diradati.

Oltre ovviamente ai ristori, i passaggi nei vari paesi sono gli unici contatti con la gente, che nonostante l’orario non più “amico”, si dimostra sempre abbastanza numerosa ed assolutamente incoraggiante e stimolante. Ne avevo proprio bisogno, attorno al km. 70 una piccola crisi ha fatto capolino nel fisico e qualche positività esterna ha contribuito a superarla.

Nella mia non lunghissima carriera podistica ho partecipato ad un buon numero di competizioni, però scopri che c’è sempre qualcosa di nuovo: ho visto dei cartelli di segnalazione che voi umani non potete immaginare….”60” , “70” , “80” , “90” !!!

Durante il lento susseguirsi dei chilometri percorsi ti accorgi che il tuo procedere verso l’arrivo è tutto un delicato equilibrio di gambe, cuore, testa e…pazienza; serve che queste componenti siano davvero tutte a posto per evitare che la questione si faccia complicata.

Sarà il buio, sarà la stanchezza che inevitabilmente inizia a farsi sentire, ma i km dal 70 al 90 non li ricordo proprio nitidamente, tipo Fantozzi quando vede apparire S. Pietro sulla traversa…Per fortuna ci sono le persone ai ristori (è stupendo sentire il cambiamento d’accento mano a mano che si passa da una regione all’altra), amici in auto che non pensavi di incontrare che dispensano incoraggiamenti e pacche sulla spalle, qualche podista con cui scambiare 4,8,16 chiacchiere ed è veramente buffo come con alcuni di loro ci siamo superati e ri-superati un numero imprecisato di volte solo in funzione di chi riusciva a camminare meno o a correre per 1km intero attorno a 6/7min/km…Il Passatore è anche questo ed è bello così.

Piano piano, e giuro che non è un modo di dire, il traguardo si avvicina, il buio pesto diventa sempre meno, aumenta in me la consapevolezza di avercela fatta, è solo questione di tempo, ma anche a gattoni ci arrivo in piazza a Faenza.

Piano piano il traguardo si avvicina e le segnalazioni dei km a bordo strada non sono più ogni 5km, ma ogni km, come un poetico conto alla rovescia verso l’importante arrivo; già al cartello “99” gli occhi sono parecchio bagnati, scappa qualche orgoglioso sorriso, stringo i pugni per darmi l’ultima carica e dirmi “bravo Massimo”, sento le voci della piazza in lontananza, incontro qualche podista già cambiato e medagliato che mi incita e mi dice “ci sei, sei un Passatore”, si, diamine (so che il Pres non vorrebbe che scrivessi parolacce…) lo sono!

Vedo le transenne, vedo l’arco di arrivo, sento la gente che nel cuore della notte ha ancora voglia di regalarmi un applauso, non vedo chi avrei voluto vedere, ma è una cosa mia, dedico un pensiero a chi non c’è più, ma che so sarebbe stato orgoglioso di me, vedo chi avrei voluto fosse stato insieme a me per tutti e 100 i km, ma che ringrazio per esserci stato sempre.

Attraverso il traguardo, forse grido qualcosa, ma sinceramente non me lo ricordo, e sono felice; non mi sembra vero di esserci riuscito, non mi sembra vero di guardarmi indietro, vedere il traguardo appena oltrepassato nella piazza di Faenza e pensare “cacchio, sono partito ieri pomeriggio da Firenze!”. Ritiro una medaglia che mi riempie di gioia ed orgoglio, e mi siedo, perché il calo di adrenalina mi ha fatto ricordare quanto fossi stanco.

Il Passatore non e’ solo quel pomeriggio, quella sera, quella notte, quell’alba intravista nel viaggio di rientro a Bologna, ma e’ anche e forse soprattutto, i giorni successivi col fisico provato ed il ‎sorriso ebete e pieno di orgoglio, il primo giorno al lavoro con il passo incerto (ma nemmeno troppo), la prima volta “alla tenda della Saragozza” con gli attestati di stima dagli amici della Polisportiva, le settimane successive a pianificare le prossime imprese podistiche con la carica data dall’averne già compiuta una notevole. Forse Il Passatore resterà dentro per sempre, non so, ve lo saprò dire più avanti.

Stefano “Il Passatore” Pelloni, chissà, forse ci rivedremo.

Per raccontare una maratona, o un’altra gara podistica, si inizia quasi sempre dalle sensazioni che precedono lo sparo del via e poi si prosegue con la cronaca sportiva ed agonistica.

Per raccontare il Passatore bisogna invece evitare con cura di sciorinare i tempi dei passaggi, le medie, le tabelle, i confronti con le edizioni passate. La gara è lunga, lunghissima e la cronaca potrebbe diventare … mortale!

Ma almeno una data e un’ora ci vogliono, ecco, è il 30 maggio 2015. Sono arrivato in treno alle 10:20, scendendo alla stazione di Rifredi,  poi col bus e a piedi mi dirigo verso il centro della città, senza fretta, facendo un po’ il turista e un po’ … l’umarell.

Infatti, per ammirare i palazzi storici e gli scorci dei giardini interni, devo per forza stare attento anche agli infiniti cantieri che stanno sconvolgendo Firenze per la realizzazione di due nuove linee di tram.

Così, dopo una mezz’ora di zig-zag urbano, nei pressi della Fortezza da Basso, imbocco una strada che, secondo i miei calcoli, va verso il centro, dove è allestito il centro servizi della manifestazione.

Potrei sceglierne almeno un’altra decina, di strade per il centro, ma quella evidentemente mi “chiama”. Che emozione leggere l’insegna e capire che si tratta di “Via Faenza”: un nome, una strada, una meta!

Sono sul percorso ideale del Passatore senza ancora essere partito!

Ecco il mio personalissimo centounesimo chilometro!

Ma le sorprese non sono ancora finite. A circa metà della strada, noto un grande portone aperto e, sulla soglia, una signora in divisa da usciere. Incuriosito, butto l’occhio dentro al portone e scorgo in lontananza i colori tipici di un affresco rinascimentale. E’ fatta, non posso resistere, devo entrare!

Si tratta di un piccolo museo (gratuito!) allestito nel refettorio dell’antico convento delle Monache di Foligno, dove è presente un grande affresco del Quattrocento, attribuito al Perugino, raffigurante l’Ultima Cena. Nella stessa sala che ospita il Cenacolo, sono raccolti anche numerosi quadri risalenti allo stesso periodo, oltre ad uno bellissimo Crocifisso ligneo.

A questo punto ho già “fatto giornata”: sto bene, c’è il sole, sono di nuovo a Firenze (città che ho sempre amato e nella quale ho vissuto un anno durante il periodo militare) e ho appena scoperto un nuovo capolavoro. Con tutti questi “crediti” parto già vincitore, non posso più perdere, non posso più avere paura di questi mitici 100 chilometri, il mio primo Passatore!

Così ben determinato svolgo le veloci formalità di ritiro del pettorale, mi alimento e cerco lo “spogliatoio” che in effetti è un piccolo gazebo, rigorosamente uni-sex, con deliziose finestrelle di plastica trasparenti sulle 4 pareti, molto comode per proteggere la privacy!

Ma tutto quanto qui intorno, poco, molto poco, ha a che vedere con la privacy e il rispetto dei luoghi in cui ci troviamo, essendo tutti noi bivaccati ovunque sotto i portici e nei marciapiedi attigui a Piazza della Repubblica. E duemilacinquecento bivaccati ne occupano di spazio!

Inizio la routine pre-gara, controllo l’abbigliamento, il materiale e gli alimenti che porterò con me. Mentalmente mi scansiono da capo a piedi: cappello, “OK!”; frontale, “OK!”; maglietta, “OK!”, cerotti, “cerotti?”, … i “cerotti!!!!”. Mi sono dimenticati i cerotti, non ci posso credere! Io che vivo di check list (ne ho una per le corse su strada, una per i trail, una per i triathlon) riesco a dimenticare una cosa così fondamentale! Mi crolla il mondo addosso, non faccio nemmeno una mezza maratona senza i cerotti di protezione per i capezzoli, figuriamoci come faccio ad arrivare a Faenza! Panico. No! Niente panico! “Fabio, è un mezzogiorno di un sabato in una grande città, ci sarà pure una farmacia aperta!” Culo, questo è culo, è proprio lì, all’angolo della piazza! E c’è la fila, sono tutti i podisti vittime delle check-list. E chiedono di tutto: vaselina (io ce l’ho); crema solare (ce l’ho), salviettine rinfrescanti (ce l’ho), benda elastica (ce l’ho). E’ il mio turno, “tre euro e sessanta”, sono salvo!

Ora sono a posto, che lo spettacolo inizi!

Alle 15:00 scocca l’ora della partenza che avviene al passo, poi ci si mette a corricchiare e subito dopo di nuovo al passo: cos’è successo? Siamo giunti in Piazza Duomo ed è naturale il rallentamento necessario per “bucare” quell’umanità variopinta e sorda, che non si è accorta di quel colpo di pistola appena sparato, tutta presa dai selfie di gruppo, da scattare proprio dove dobbiamo passare noi. Ma io, ma noi tutti, rallentiamo per forza, ci manca già il respiro, ci gira la testa: come se non fossero bastate via Calzaiuoli, le altre eleganti vie del centro e la struttura massiccia e armoniosa di Orsanmichele, ora Firenze cala l’asso di briscola – Battistero, Duomo, Campanile, Cupolone – come fare a negare che questa sia “la corsa più bella del mondo”?

Rimaniamo intruppati, non si può andare veloci, così ho modo di ripetere e metabolizzare i consigli di tanti veterani: cammina in salita, corri quando puoi e rallenta, sempre! Conta la disciplina del passo, del respiro, dell’idratazione e dell’alimentazione ma soprattutto il divertimento che provi in quello che stai facendo. E quello che sto facendo non è una gara.

Non è una gara contro il tempo, contro altri corridori; per me è un viaggio, una transumanza, un andare a piedi “da … a…”.

Non è una gara: avete mai visto un maratoneta che scrive SMS mentre corre? O che, sempre col cellulare,  saluta la nipotina? Questo al Passatore succede!

Non è una gara, e c’è chi ne fa anche un pellegrinaggio, come don Luca Ravaglia, che ogni anno al Passatore unisce lo sport e la spiritualità dei luoghi che incontra sul percorso (http://www.100kmdelpassatore.it/?p=4919 ).

Non è una gara, non con tutta l’improvvisazione che noto: scarpe nuovissime, ancora col cartellino del prezzo e zaini enormi, più adatti a un trekking himalayano che a una corsa che fa dell’assistenza capillare uno dei suoi punti di forza (3 punti intermedi con zona cambio, 21 ristori, 20 punti dotati di ambulanza, 12 con posto medico fisso, 10 con il servizio massaggi).

Non è una gara. Come si fa a correre per 10-15 ore indossando solo maglietta e pantaloncini ma con il cellulare in mano? Si vede che il resto glielo fornirà l’assistenza personale e il cellulare serve per sincronizzare il proprio passaggio con la posizione del gruppo di supporto.

E già, l’assistenza. Questa cosa a me non piace, ma visto che questa non è una gara (dove sarebbe vietata, ovviamente) allora va bene anche il bravo gruppo al seguito, che all’occorrenza soccorre, sprona, consiglia, rifocilla, idrata, cambia maglie e calzini, massaggia, asciuga, tampona.

Credo che il Passatore sia veicolo di tanto immaginario non solo per quel numero magico e “impossibile”, centochilometri, ma anche per il coinvolgimento di amici, parenti e famiglie. Perché anch’essi fanno la loro bella fatica! I ciclisti alla fine stanno in sella molte più ore di quelle a cui sono abituati, e la salita c’è anche per loro! Molti li ho visti spingere a mano nei punti più ripidi. E mogli/mariti/figli in macchina devono sfidare code, intasamenti ai passi, mancanza di parcheggi e vigili inflessibili, per poi essere pronti, con la sincronia degna di un pit-stop ferrarista, nei servizi al parente podista.

Mi sono preparato una tabellina per i primi 32 Km, fino a Borgo S. Lorenzo, perché è la parte con più variabili da gestire: il caldo, i diversi cambi di pendenza e perché il primo terzo di corsa è quello che può dare le giuste indicazioni sullo stato delle gambe, del fiato e della capacità di concentrazione.

Rispettata perfettamente la tabellina iniziale, il resto del percorso lo voglio correre molto a sentimento.

Fino al valico della Colla la gara è simile alle altre maratone e ultramaratone a cui ho partecipato: è giorno, si sale e si scende con bella variabilità, si vedono panorami bellissimi e c’è gente, tanta gente. Innanzitutto i concorrenti intorno a te ma c’è anche la festa degli spettatori.

Poi c’è tanta salita, come piace a me! Nel tratto più temuto, i dieci Km tra Ronta e il passo, nessuno osa correre, tutti sono al passo. Ed io, di passo, vado bene e mi prendo anche un po’ di soddisfazioni sportive, recuperando più di 200 posizioni.

Quasi in cima alla Colla raggiungo Francesco e Loris, anche loro della Pol. Porta Saragozza. Dopo i preparativi e le foto pre-gara, sarà l’ultimo momento “di gruppo”. Saliamo per un po’ insieme ma ci separiamo presto durante le operazioni di cambio, dove io me la prendo comoda (molto comoda), impiegandoci più di mezz’ora!

Riposato, con un cambio completo che mi fa sentire come se fossi appena partito e senza particolari segni di stanchezza, ora inizia la vera novità, come volevo che fosse e che non avevo mai vissuto: una lunga discesa a passo leggero, nel buio, in silenzio, tra i boschi e i suoi profumi. Non essendoci molto da vedere e da fare  la mente inizia a giocare e il profumo dell’erba, dell’acqua del torrente là più in basso, dell’aria stessa, sono i canali di relazione più intensi. Mi sento come il testimone del commissario Montalbano che, in un omonimo racconto, misura il tempo con “l’odore della notte”.

Anche se di concorrenti ce ne sono tanti, mi sento solo, non riconosco più nemmeno quelli che avevano corso di fianco a me nelle ore precedenti. Siamo tutti trasformati, irriconoscibili, con maglie e giacche diverse, con cappelli e scaldacollo, con le lucine rosse agganciate allo zaino per farsi notare da autisti e ciclisti, con la luce frontale che accende le strisce rifrangenti di scarpe, giacche e zaini, nascondendo i profili dei corridori e isolandoli ancora di più. E gli spettatori, spariti!

Per un paio d’ore circa, fino a Marradi (Km 65), tutto questo incanto funziona molto bene. Poi sopraggiunge un po’ di noia ma per una decina di chilometri resisto senza difficoltà. Dal km 76 all’88 ho un momento di appannamento, non posso dire di crisi. Sento meno stimoli e mi accorgo che il passo che avevo in salita sulla Colla era più veloce di quello che riesco a fare adesso. Allora decido che è meglio provare a correre.

Dopo dodici ore e dopo 90 kilometri mi accorgo che sono ancora in grado di correre, non certo velocemente, ma è pur sempre una corsa, continua, senza affanno e senza dolori muscolari. Mi tornano in mente tutti i resoconti che ho letto e che, immancabilmente, raccontano di battaglie epiche contro gambe legnose, articolazioni in fiamme e intestini in rivolta. Ed invece io sto bene, sto proprio bene, sto correndo e mi sto godendo la parte finale di questo viaggio.

Adesso vorrei che non finisse, taglio il traguardo, esulto, e vorrei continuare. So che potrei proseguire ancora. Ma il mio viaggio è finito, e anche qui c’è una sorpresa: l’arrivo è in Piazza del Popolo che prosegue in Piazza della Libertà e mi accorgo che quest’ultima assomiglia molto a Piazza Maggiore a Bologna. C’è un grande duomo, con la facciata grezza, proprio come ha San Petronio, la stessa scalinata di marmo bianco e anche la fontana sembra quella del Nettuno anche se la statua del dio del mare non c’è. Non so se sia la nostalgia di Bologna oppure la stanchezza di una notte in bianco ma credo sia proprio ora di tornare a casa!

[Fabio Cristofori, pettorale 1325, tempo finale 13:08:58]

© Polisportiva Porta Saragozza A.S.D. | Via Santa Caterina n. 3/A - 40123 - Bologna | C.F. 02397890373
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: